Castello

Le origini

Una torre o casaforte fu costruita dal vescovo di Aosta, forse già nel XII secolo, sul luogo occupato dai resti di una villa “rustica” di epoca romana, venuta alla luce una cinquantina di anni fa nel sottosuolo dell’attuale castello. L’edificio antico è messo in relazione sia al toponimo Fleuran (Fioranum), riferito a una frazione del paese, sia a una iscrizione in latino rinvenuta durante gli scavi per la ricostruzione quattrocentesca del maniero e murata in una edicola del giardino interno.
A Issogne, il vescovo di Aosta afgiva sia come capo della diocesi, da cui dipendeva la locale parrocchia, sia come detentore della giurisdizione temporale.
Il suo potere “laico” venne tuttavia ripetutamente osteggiato dai vicini signori di Verrès, che si ritenevano i legittimi feudatari del territorio. Questi giunsero, nel 1333, ad attaccare la torre, che il vescovo aveva appena rafforzato con più efficaci sistemi difensivi, seminando terrore e morte. Bruciato e ridotto a rovina, l’edificio fu acquisito mezzo secolo dopo da Ibleto di Challant, che nel frattempo era subentrato anche ai Verrès nella signoria omonima.
Fu lui a ricostruire la torre, a edificare un importante corpo di abitazione, ricavando, tra queste e altre costruzioni, un piccolo cortile e racchiudendo il tutto entro una cinta muraria.
Alla sua morte il castello pervenne al figlio Francesco, che nel 1424 ottenne dai Savoia il titolo di conte. Per esigenze economiche, questi impegnò la signoria ad altri nobili e, nel 1442, morì privo di figli maschi.
La lotta per la sua successione tra le figlie – in particolare Caterina, la cui ribellione è celebrata durante il carnevale di Verrès – e i cugini maschi si risolse con la vittoria di Giacomo di Challant-Aymavilles (1456).

L’attuale castello

E’ probabilmente al figlio e successore di Giacomo, Luigi, che si deve l’idea di trasformare il castello di Issogne in un vero palazzo. Egli tuttavia morì giovane (1487) e l’iniziativa fu presa dalla vedova, Marguerite de La Chambre, e dal cugino priore Giorgio di Challant-Varey, grande figura di mecenate e committente, che gli studi universitari tra Francia e Italia avevano reso colto e aperto alle diverse correnti artistiche del tempo.
I lavori al castello si svolsero circa l’ultimo decennio del XV secolo, e consistettero più nel ricongiungere edifici di epoche diverse, attraverso loggiati e corridoi che non nel ricostruire ex-novo il maniero. Il tutto fu ricoperto da uno strato di intonaco e decorato con varie serie di affreschi. La facciata verso valle – ora grigia e slavata – fu probabilmente dipinta di bianco, in modo da attrarre lo sguardo di coloro che transitavano per la strada al di là della Dora. Alcuni finti cornicioni, che da lontano sembravano di pietra e di mattone mattone, furono dipinti sotto il tetto o attorno alle finestre per far sembrare il tutto più ricco e rifinito e probabilmente per evocare i colori araldici di Casa Challant.
Il castello che fu consegnato a Filiberto di Challant, figlio del conte Luigi, e alla sua sposa, Louise d’Aarberg, doveva risplendere di una bellezza mai vista nei territori alpini, ricco di colori e di elementi simbolici, degna residenza di una delle famiglie più in vista nella corte sabauda. Un inventario del 1565, stilato alla morte del conte Renato, figlio di Filiberto, ci trasmette l’immagine di un castello ancora riccamente ammobiliato, dotato di arazzi, dipinti e corredi di pregio.
Dopo i fasti del Cinquecento, il castello, che fu abitato sempre con minore intensità senza peraltro venire mai abbandonato, declinò a partire dal secolo successivo. Dopo essere stato nelle mani dei discendenti di Isabella di Challant, i Madruzzo principi di Trento, e in quelle dei discendenti di questi, i Lenoncourt e i Carretto di Balestrino, tornò agli Challant sul finire del Seicento.
Estintasi la casata fondatrice nel 1841 con la morte dell’ultima contessa, Gabriella Canalis di Cumiana, il castello pervenne ai nobili Passerin d’Entrèves. Nel 1872, dopo un paio di ulteriori passaggi di prioprietà, fu acquistato da Vittorio Avondo, un pittore di Torino impegnato nel recupero dei castelli medievali in Piemonte e Valle d’Aosta, che riportò l’edificio allo splendore originale, aprendolo poi al pubblico come museo.
Essendo privo di discendenza diretta, Avondo stabilì che alla sua morte (1910) il castello passasse allo Stato italiano, perché continuasse a essere visitato dagli appassionati di arte e di storia.

L’esterno

La facciata grigia che accoglie oggi il visitatore era un tempo scialbata e doveva essere notata anche da lontano, dai viandanti che percorrevano la strada principale, oltre la Dora Baltea. Le cornici delle finestre erano decorate ora a finta pietra, ora a finto mattone, proponendo, insieme al bianco delle pareti, i colori araldici della famiglia fondatrice.
Frutto di interventi successivi, succedutisi dall’epoca romana fino al definitivo assetto tardoquattrocentesco, e persa anche la cromia originale, l’esterno non si rivela oggi particolarmente attraente e non appare certo quello scrigno di quelle bellezze artistiche che invece si rivelano appena varcato il portale di ingresso.

Il cortile e il porticato

L’ampio cortile interno, su cui si affaccia un giardino all’italiana circondato da mura di contenimento del terreno circostante, è dominato da una particolarissima fontana, che desta meraviglia per la bellezza del manufatto e per la ricchezza di simboli che intende rappresentare.
Si tratta di una vasca ottagonale, che evoca i battisteri paleocristiani, dunque la rigenerazione cristiana, al cui centro è un albero di ferro battuto, con i frutti del melograno, simbolo di prosperità, e le foglie della quercia, simbolo della fortezza d’animo e della longevità. Tra i rami, sbucano quattro zampilli, che evocano i fiumi del paradiso terrestre, sovrastati da altrettanti piccoli draghi. Questi ultimi erano gli attributi iconografici di due santi, Giorgio e Margherita di Antiochia, e probabilmente rappresentavano la firma dei committenti del rinnovo del castello, Giorgio di Challant e Marguerite de La Chambre.
A fare come da quinta alla fontana, le pareti del cortile interamente affrescate con stemmi dei personaggi più importanti della famiglia Challant, “miroir pour les enfants” , esempio per le nuove generazioni, come diceva una scritta ora scomparsa.
Il giardino occidentale è separato dal cortile da alcuni gradini e da due grandi volute in muratura, quanto rimane della cinta muraria del maniero più antico. Anche le sue pareti erano interamente affrescate, con le immagini dei grandi letterati della classicità greca e romana e con le figure degli eroi ed eroine della mitologia, della Bibbia e della storia, di cui rimangono ormai poche tracce.
Il porticato d’ingresso al castello, che dava in origine accesso al cortile, è a sua volta interamente dipinto con popolarissime scene di vita tardomedievali. Attraverso la rappresentazione degli ambienti commerciali, il committente ha voluto probabilmente esaltare la floridezza economica assicurata dal buon governo dei conti di Challant. Così, nell’affresco del corpo di guardia, si osservano i soldati in abiti civili bere e giocare al tavolo di una taverna; nell’affresco del mercato, una varietà inverosimile di merce è disposta sui banchi dei venditori, in un ambiente di grande vivacità, mentre il panettiere inforna sfoglie di pasta di pane, probabilmente farcite di frattaglie, e il sarto è impegnato nel tagliare stoffe e confezionare vestiti. L’affresco dello speziale si presenta a sua volta molto ricco di particolari, riconducibili alle diverse “categorie” della medicina del tempo: quella ufficiale (appese ci sono spugne soporifere, usate per le operazioni chirurgiche), quella popolare, a base di piante ed erbe, e infine quella devozionale, rappresentata dagli oggetti ex-voto di cera appesi all’ultimo ripiano, in alto. Infine, il formaggiaio e salumiere mostra intere forme di diverse qualità di formaggi – tra cui senza dubbio la fontina e il seras -, salumi e, in primo piano, due botti contenenti probabilmente acciughe in salamoia.

Le stanze

L’attuale allestimento interno del castello risale al tempo di Vittorio Avondo (1910), ultimo proprietario privato, che già volle aprire il maniero alle visite.
La sala da pranzo, col tavolo imbandito, la cucina col suo monumentale camino, la cosidetta “sala delle armi”, in cui è stata ricreata con corredi soldateschi la scena affrescata nel porticato, l’appartamento di Giorgio di Challant, il cui oratorio è interamente affrescato, come quello sottostante della camera “della contessa”, sono begli esempi di ambienti riconducibili all’epoca tardogotica.
Tuttavia, sono la cappella, la camera “del re di Francia” e la sala “di giustizia” a testimoniare quanto fosse ricco il castello alle sue origini.
Nella cappella risplende in tutta la sua doratura l’altare di legno scolpito e dipinto secondo lo stile borgognone, risalente ai primi anni del Cinquecento. L’Annunciazione, il matrimonio della Vergine, l’Adorazione dei magi, la Circoncisione e la Strage degli innocenti sono raffigurate sulle ante del polittico, mentre al centro è scolpita la Natività.
Nella camera detta “del re di Francia” spicca la decorazione con stemmi a gigli dorati su fondo blu, sul camino e sul soffitto, che, tra l’altro, alla luce delle candele o dei lumini a olio doveva apparire come un cielo stellato, mentre le pareti sono decorate a finte tappezzerie.
La sala “di giustizia” o “baronale”, spazio pubblico di rappresentanza, si presenta interamente affrescata e arredata con una lunga cassapanca neogotica. I feudi dei signori di Challant, Gerusalemme, scene di caccia e di partenze di navi sono affrescati sulle pareti, circondando interamente il visitatore. Sopra il trono è dipinto il giudizio di Paride, ulteriore testimonianza della cultura classica che ha ispirato il fondatore.

Orari e modalità di visita (sito della Regione autonoma Valle d’Aosta).
Per le scolaresche in visita possibilità di fruire di un locale per il pranzo al sacco.